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Progetto

L’Istituto NIREM, come libera Casa di Cura Privata, ruota attorno al concetto di “ACCESSIBILITA’ TOTALE”: accessibilità nell’assenza di barriere architettoniche, accessibilità nella relazione medico-paziente, accessibilità alle cure grazie ai “prezzi popolari” delle prestazioni sanitarie. La nostra missione, infatti, consiste nell’offrire un servizio sanitario privato di qualità, senza attese, a prezzi accessibili per tutti! Tutto ciò è ben espresso dal nostro motto: “La Sanità per Tutti”.

L’impianto di riqualificazione principale rimane quello tipicamente sanitario privato in ambito riabilitativo, con attività proprie ospedaliere quali la degenza, altre attività in regime giornaliero, oltre alle attività ambulatoriali; si tratta quindi di un progetto di gestione globale e diversificata della riabilitazione, sia di carattere prettamente ortopedico-traumatologico-fisiatrico, che neurologico-neuropsicologico, da intendersi quindi come riabilitazione globale.

La stessa programmazione degli spazi, del lavoro e delle modalità operative di tutta la struttura è concepita in una logica progettuale, configurando così un vero e proprio progetto riabilitativo di struttura; ciò per garantire una idonea funzione di supporto, finalizzata alla protezione e alla stimolazione delle capacità funzionali e relazionali di tutti i pazienti assistiti.

Questo passaggio ci segnala che la pianificazione riabilitativa è declinabile in almeno due dimensioni:

  1. una, come affermato, corrisponde al progetto individuale che tiene conto delle specificità cliniche, psicologiche e sociali della singola persona, definendo obiettivi e metodologie operative coerenti con i bisogni e i potenziali riabilitativi individuali;
  2. la seconda è riferibile non solo agli aspetti strutturali dell’unità di degenza, ma anche al modo di funzionare e alle culture professionali dell’organizzazione assistenziale.

È evidente che il modello assistenziale delle degenze nelle fasi acute di malattia o trauma, caratterizzato da un tempo di attesa – per quanto umanizzato e confortevole – fra un procedimento diagnostico/terapeutico e l’altro, poco si attaglia alla natura e finalità del processo riabilitativo.

La degenza in ambiente riabilitativo ha regole diverse ed è un contesto idealmente progettato per l’apprendimento di abilità nel self-care, ma lo stesso ambiente ancora prepara assai poco alle implicazioni della vita indipendente nella comunità.

È stato osservato che i pazienti durante la degenza riabilitativa, sia in prima fase che in seconda fase, tendono a trascorrere una parte considerevole della giornata terapeutica in comportamenti solitari e inattivi all’interno del reparto.

Questo contrasta con l’evidenza che le persone che mostrano un grado più elevato di coinvolgimento attivo nell’Istituto hanno maggiori probabilità di partecipare attivamente alla vita della comunità dopo la dimissione.

Anche gli orientamenti, le reazioni e le attese del team sono fattori cruciali; è possibile che il team sia vittima di idee preconcette circa la risposta “tipica” e che queste idee contribuiscano a un orientamento passivo come quando, ad esempio, si ritiene la depressione una fase necessaria.

Il team può anche generare messaggi contraddittori quando sollecita comportamenti indipendenti e contemporaneamente si attende adesione completa, gratitudine e passività, con una tendenza implicita ad adattare la persona alla struttura sociale e organizzativa dell’unità di cura.

Se un paziente viene trattato come recettore passivo di terapia nel setting riabilitativo, non ci si può aspettare che divenga un partecipante attivo nella vita all’esterno; oltretutto, un paziente passivo compiacente e sottomesso ha meno probabilità di raggiungere un buon outcome: la collaborazione con obiettivi di altri non è infatti un predittore di vita indipendente, ma tende al contrario ad aumentare il grado di dipendenza.

Un paziente che invece decide i suoi traguardi e mette in atto comportamenti coerenti a questi, viene spesso considerato difficile o scarsamente collaborante, ma tuttavia crea una situazione che facilita l’apprendimento; il comportamento del team dovrebbe essere di supporto.

Il team può lavorare “con” il paziente per aumentare il suo senso di controllo sull’ambiente e gli eventi e così rinforzare il convincimento che il controllo è ancora possibile.

Un paziente attivato esercita precocemente il controllo sul suo ambiente e lavora con i professionisti della riabilitazione per stabilire obiettivi realistici.

Questo richiede collaborazione da parte del team e non “compliance” da parte del paziente.

Programmi orientati a un cambiamento nei processi di coping possono essere efficaci nel processo riabilitativo e in particolare un lavoro in gruppo fornisce l’opportunità di apprendere attraverso interazioni tra pari, di godere di supporto sociale e di avere accesso a punti di vista che non sarebbero rintracciabili nel rapporto terapeutico individuale.

Un contesto organizzativo deve essere capace di passare da un modello assistenziale definibile therapy-driven nelle primissime fasi, a un orientamento precoce di tipo client-driven; ciò richiede un elevato grado di flessibilità, ma anche di organizzazione per superare l’artificiosa distinzione fra un tempo terapeutico e un tempo di attesa nell’articolazione nella giornata di degenza.

Un contesto con queste caratteristiche, regolato ma ricco di opportunità, si configura come un vero ambiente terapeutico nel quale i goal del progetto individuale e la programmazione delle attività della giornata terapeutica si combinano in un contesto in generale facilitante, un orientamento attivo e partecipativo e con lo sviluppo di relazioni orizzontali di reciproco aiuto col gruppo dei pari, con le famiglie e col team di professionisti.

Questi aspetti implicano un’attenzione costante agli aspetti ecologici del setting riabilitativo e agli strumenti possibili di cambiamento e orientamento.

 

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by Bliss Drive Review